GROSSO GUAIO A CINAPOLI
(Recensione pressappochista de ‘n ristorante mitologico a Roma Nord)
Che poi lo sapete come funzionano ‘ste cose ai tempi de Feisbuk. Un amico scrive che andrà a magna’ in un ristorante de merda da solo. Un altro je dice de organizza’ che ce vole anna’ pure lui. E allora la macchina organizzativa se mette in piedi e l’effetto a catena de Un Sacco Bello (“Se! Mo’ buttace pure l’insaponata così al posto de dieci ce ne cascano cinquanta!!”) porta er suddetto a prenota’ pe’ venticinque.
Solo che er ristorante in questione su tripadvisor c’ha più recensioni negative der film de Claudio Amendola che fa Er Monnezza. E pe’ resta’ in tema de Monnezza, il ristorante in questione è un mix tra una pizzeria napoletana e un ristorante cinese, con velleità sushiare che nun mancano mai.
Praticamente è un triathlon culinario ma de quelli co’ coefficiente de difficoltà 10/10.
E poi er nome der suddetto posto dice tutto. Quel nome che è una sentenza. Geniale nell’efficacia di far arrivare un messaggio:
CINAPOLI.
Crasi perfetta di un’esperienza culinaria che si rivelerà indimenticabile. E siccome in tempi de crasi ogni cena è trincea e siccome venticinque persone a cena in un ristorante è dai tempi delle cene de fine anno alle superiori che non le vedo (matrimoni, comunioni, sacramenti esclusi), ci ritroviamo tutti lì. Sul sagrato del ristorante. Perfetti conosciuti da Social. Amici de amici de amici in comune. Praticamente un “Persone che potresti conoscere” live.
La cosa più bella de Cinapoli, rega, però è l’ingresso. Un’effetto cascata tipo Niagara o Marmore che da un momento all’altro pensi te possa spunta’ da dietro o Marilyn Monroe tutta bagnata o un Kayak che s’è perso mentre sfruttava un coupon Smartbox. De quelli tipo “Avventura con amici”.
Superato lo shock della cascata finta, entriamo finalmente nel regno de Cinapoli. E la prima delusione è dietro l’angolo. Da un ristorante cinese napoletano, te aspetti infatti che ad accoglierti ce sia un qualche cantante neomelodico, tipo Gianni Celeste pe’ capisse, che ce canti ‘na qualche canzone tipica co’ ‘na scivolata sul pechinese tipo: “E benvenuti a ‘sti flocioni, glandi, glossi e un po’ flegnoni! E tu che sei un po’ fli, fli, e dimme un po’ che c’hai da di?!” E invece nulla. C’è solo la maîtresse cinese che ce attende autoritaria come la proprietaria del bordello dove lavorava Paprika e che ce disloca sulla tavolata riservata a noi.
L’altra cosa strana è che tu pensi che in un ristorante cinapoletano ce lavorino cinesi che parlino come Don Pietro Savastano e invece no, ce stanno tutte le razze del mondo (che pare una puntata de Giochi senza frontiere) ma de cinesi manco er colore della pelle. E allora se mettemo seduti e ordinamo. Perché a fasse i selfie, taggasse in loco e annasse a magna’ la pizza a tajo nella pizzeria che sta dietro l’angolo, pare brutto.
E allora è l’antipasto che dà inizio alle danze. Involtini primavera e supplì come se piovessero. Adagiati su un letto de ravioli al vapore. A seguire, un trionfo de ravioli de gamberi (che sanno de pollo alla cacciatora) accompagnati da ravioli con verdure. È l’apoteosi. Perché se il cibo cinese è decente, anzi ve dirò, gli involtini primavera sono tra i migliori mai assaggiati, i supplì stonano come Stefano D’Orazio dei Pooh che se voleva spaccia’ pe er quinto dei Beatles. Er supplì de Cinapoli è infatti una creatura mitologica a metà tra un sampietrino e una noce de cocco. E infatti tranne qualche temerario che prova a fa’ all-in e a magnasse tutto, la maggior parte dei supplì restano lì. Abbandonati sur tavolo e nemmeno riciclati in qualche doggie-bag temeraria. Perché ai cani tocca voleje bene.
La cena prosegue così tra uno spaghetto alla piastra e una margherita. Tra un pollo alle mandorle e una capricciosa. Tra un raviolo alla Nutella per concludere in scioltezza e uno shottino di Amaro Lucano. Tra un sakè bollente e un goccio d’amaro ciociaro. Che se sa che l’amaro ciociaro è un prodotto tipico cinapoletano.
E mentre le ventole piazzate sul soffitto (che fanno molto barbiere anni ’70 e a livello de utilità e trashismo fanno er paio co’ la cascata all’ingresso) anziché dacce sollievo, rimettono in circolo l’aria calda facendoce schiuma’ come quando vai a un matrimonio ad agosto alle 11, arriva er conto.
15 euro cadauno.
E per un’esperienza culinaria che sarebbe stata possibile, altresì, sono imbarcandose a Capodichino pe’ poi fa scalo a Pechino, direi che è un prezzo onestissimo.
Perché immergersi totalmente in quel perfetto mix di Oriente e Campania una volta sarebbe stata semplice utopia.
E invece Cinapoli, come Roberto Carlino, non vende sogni ma solide realtà.
A via Trionfale. A poche centinaia di metri dal Gemelli e dal San Filippo Neri.
Dove le lavande gastriche so’ de casa.